domenica 16 dicembre 2007

Panoramica sulla letteratura latina medievale

PREMESSA

La tradizione di studi sulla letteratura latina medievale ha conosciuto varie fasi di lettura, dalla critica tedesca, nel pieno Ottocento, che ha fondato le basi per una dimensione storico-erudita del Medioevo, alla fase successiva, tuttora in auge, che si concentra sul confronto con tematiche collaterali e interdipendenti: le fonti, l’agiografia, la Scrittura, la tradizione classica, i volgari, le dinamiche di una lingua in espansione e in frazionamento.

Non bisogna, infatti, considerare il latino medievale una lingua unitaria, bensì come un sistema di trasmissione culturale strutturato secondo modalità espressive differenti secondo le differenti aree in cui si è sviluppato. Si parte dal latino del basso impero, che presto acquisisce differenze nei paesi romanzi rispetto a quelli non romanzi.

Nei primi (Italia e Spagna in testa, seguiti dalla Francia) il latino era ancora in stretta relazione con la lingua parlata. Nei secondi (le isole britanniche), dove la lingua madre era lontana dalla lingua di Roma, il latino entrò a fatica importata tramite le scuole. La riforma carolingia, di cui parleremo più avanti, fece in modo che la lingua latina fosse quasi la stessa in tutti i paesi occidentali, creando un momento unico e irripetuto della storia culturale europea: una condizione d’unità spirituale (culturale e linguistica) che persino oggi, nell’era delle telecomunicazioni, rappresenta un miraggio difficilmente raggiungibile.

Come scrive Edoardo D’Angelo, dottore della Sorbona e professore di letteratura latina medievale presso l’Università “Federico II” di Napoli, “la modernissima (e ricchissima) Europa degli inizi del III millennio ha ancora molto da apprendere da Alcuino e Carlo Magno…”.


I GENERI LETTERARI

Il Medioevo latino eredita il complesso dei generi letterari dalla letteratura classica e dalla produzione del periodo cristiano. Così, generi nati anticamente, come epica, poesia, storiografia, teatro, letteratura d’evasione, letteratura scientifico-erudita, persistono durante i secoli medievali, dando vita talvolta a più o meno visibili adattamenti alle specificità sociali e culturali del Medioevo.

Nascono in tal modo veri e propri generi nuovi, creazioni medievali, quali l’agiografia, derivante dalla biografia antica, la commedia elegiaca, speciale fusione di elegia e teatro, l’epica zoomorfa, a metà strada tra epica tradizionale e favolistica. Tutta medievale è la produzione di lirica liturgica.


LE FASI DI SVILUPPO

La letteratura dell’età barbarica (sec. VI-metà VIII)

Si può parlare di una letteratura d’età barbarica per una serie di elementi comuni a questo periodo. Il primo è che questi tre secoli sono caratterizzati da enormi movimenti migratori da parte di popolazioni che dal nord e dall’est si spostano verso l’Europa occidentale e meridionale. Sul finire del V secolo, una serie di popoli diversi per razza, lingua, cultura, penetrarono e si stanziarono nel territorio dell’Impero Romano d’Occidente ormai tramontato.

A quel tempo l’emigrazione differiva da quella odierna, a cui siamo abituati, praticamente individuale: masse di diverse migliaia di uomini, donne, bambini, anziani, accompagnati da schiavi e animali, importavano la propria religione antropomorfa, la propria tecnologia arretrata (a parte che nella costruzione di armi), il proprio patrimonio culturale. Il risultato fu che i “barbari” assunsero il ruolo di difesa del territorio, mentre gli indigeni latini si occupavano dell’amministrazione, continuando a vivere secondo le leggi a cui erano abituati. I regni germanici non erano ostili alla cultura romana, che fu accettata passivamente dalla maggior parte di loro e da alcuni addirittura salvaguardata, al punto che il latino fu adottato come lingua della diplomazia e della legislazione. Il processo d’integrazione fu comunque lento e faticoso, tra non pochi contrasti e incomprensioni, e non ebbe come risultato generale la conservazione della cultura antica.

Un secondo aspetto comune a questo periodo è costituito dalle condizioni materiali dell’istruzione e della cultura. Con l’indebolirsi, tra il IV e il V secolo, delle strutture statali dell’Impero, andava disgregandosi l’apparato della pubblica istruzione (scuole, cattedre d’istruzione superiore, biblioteche). Dopo la metà del VI secolo, l’antico sistema scolastico, che aveva fatto da freno all’evoluzione linguistica, permettendo l’esistenza di un latino abbastanza corretto, è completamente scomparso. Di conseguenza nulla poteva più ritardare l’evoluzione della lingua latina. I nuovi padroni sono oltremodo analfabeti e la cultura diventa monopolio della Chiesa, in particolare delle scuole monastiche, che si occupano sempre più della trasmissione della cultura scritta e anche della nascente produzione letteraria.

Un altro effetto delle invasioni barbariche sono i mutamenti linguistici che portano, tra il IV e l’VIII secolo, in misura diversa nelle varie regioni dell’ex Impero, alla “morte” del latino parlato, che cede progressivamente il posto alle lingue parlate dalle popolazioni conquistatrici.


Letteratura dell’età carolingia (metà VIII sec.-metà IX sec.)

Una produzione letteraria fortemente determinata e voluta dalla corte di Carlo Magno e dei suoi immediati successori. Carlo, detto Magno, figlio di Pipino il Breve, a prezzo di guerre cruente, costituì un Impero che andava dall’Olanda all’Italia, dalla Spagna a oltre il Danubio. Pur non essendo uomo particolarmente colto, Carlo diede molta importanza all’istruzione, sia per un miglioramento spirituale delle popolazioni a lui sottoposte, mediante la diffusione della cultura latina “cristiana”, sia per la creazione di una classe diplomatica in grado di governare un impero vasto e disomogeneo.

Radunò attorno alla sua corte, che aveva sede ad Aquisgrana, un gruppo d’intellettuali di grande spessore e dal carattere cosmopolito e omogeneo, per discutere di teologia, letteratura, lingua e scienza. Anche dall’Italia, devastata da ingerenze esterne, anarchia e guerre intestine tra bizantini, longobardi e arabi, Carlo Magno richiamò alla capitale i suoi studiosi. La corte del re divenne il centro della vita intellettuale dell’epoca. Lì, insieme all’accademia di palazzo, fondò la scuola palatina, per l’educazione dei giovani che avevano terminato il primo ciclo di studi.

Sotto la direzione del maestro inglese Alcuino di York, furono potenziate le scuole, le biblioteche, e le attività dei monasteri. In ciascun vescovado e in ogni abbazia dell’impero si doveva, secondo l’ordine del re, organizzare una scuola per insegnare ai fanciulli la religione e le arti liberali. Lo scopo non era far rivivere l’Antichità classica, ma, e qui sta la “rinascita”, nel ripristinare l’unità linguistica esistente prima della nascita delle varie lingue locali, il latino del III-IV secolo, precedente alle sue evoluzioni e metamorfosi. Ne conseguì una sostanziale unità e omogeneità della cultura europea, una sorte di Koinè culturale, nella quale furono inglobati popoli insulari e orientali, così che culture diverse erano espresse mediante la stessa lingua.


Letteratura dell’età feudale (sec. X)

La disgregazione dell’impero carolingio, accompagnata dalle nuove invasioni barbariche da parte di ungari, slavi e normanni, l’estendersi e il radicarsi del feudalesimo, che portò a casi di anarchia rispetto al potere centrale, provocarono un ridimensionamento delle scuole urbane e un conseguente impoverimento della produzione letteraria. A differenza di quella carolingia, più compatta e costante, la letteratura del X secolo è anche più originale, nel senso che gli scrittori sembrano più orientati verso il proprio mondo interiore.

Gli imperatori di casa Sassonia, circondandosi di uomini di cultura, diedero vita alla “rinascita ottoniana”, che incluse una scuola per la formazione del clero. Altri fenomeni rilevanti di questa fase furono la riforma monastica, l’interesse esteso ad altri autori della latinità classica, e l’assorbimento ormai completo della cultura germanica all’interno della letteratura latina, che finì per dar voce alle più disparate idee, concetti, ideologie, teologie, e tradizioni popolari, di origine barbarica.


Letteratura dell’età scolastica (sec. XI-XII)

Il moltiplicarsi dei centri di potere, civile e culturale (Impero e Papato in lotta tra loro, Comuni, repubbliche marinare, regni nazionali e Stati regionali, nuovi ordini monastici, università) portò a un allargamento della libertà d’espressione, che coinvolse numerosi Paesi dell’est e del nord Europa entrati a contatto con la cultura latina e della Chiesa. In seguito alle crociate, s’intensifica il contatto col mondo islamico e bizantino, da cui nasce una serie di traduzioni dal greco e dall’arabo, che rivoluzionano le conoscenze scientifiche europee in fatto di matematica, astronomia, fisica e medicina.

La fusione di tradizioni culturali diverse, allargate ai mondi anglo-normanno, franco, tedesco, ed ebraico, è alla base di una ricca produzione letteraria e di un nuovo modo di concepire l’istruzione. Sempre più nobili mandano fanno studiare i figli, i quali studiavano gli autori latini profani e “cristiani”, e, per la prima volta dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nasce un pubblico di lettori di testi in una lingua volgare, che contribuisce a rinnovare la contemporanea produzione latina, che raggiunse punti di perfezione linguistica. L’imitazione dei classici, che non era divenuta ancora come nel Rinascimento un principio stilistico, concedeva agli autori di esprimersi secondo il proprio stile personale e di adattare la lingua alle esigenze del momento. La cultura passa dalle mani dei monaci, ai chierici e ai laici, fino alla nascita delle Università.


Letteratura dell’età scientifica (sec. XIII-XIV)

La produzione letteraria del XIII secolo appare come un tentativo di “sistemare” il grande patrimonio scientifico e letterario dei due secoli precedenti. Nelle università, che presero il posto delle scuole episcopali, l’interesse per i classici fu eclissato dallo studio degli autori cristiani e di quelli tardomedievali che si occupavano in particolare di diritto, medicina, filosofia e scienze. Il latino di quest’età apparirà agli umanisti monotono, povero, ripetitivo, privo dell’eleganza propria degli autori classici. Quelli che avevano abituato le loro orecchie alla musicalità ciceroniana, lo trovarono scandaloso.

Per Petrarca e i suoi sostenitori, dopo l’epoca classica, il latino era degenerato sotto la pressione delle influenze barbariche. Durante il Rinascimento, il tentativo di recuperare il latino delle origini, attraverso una pedissequa imitazione e un normativismo rigoroso, non lascerà sufficiente spazio alle capacità espressive degli scrittori. In seguito il latino smetterà di svilupparsi come ha fatto fino a tutto il Medioevo e la sua storia non sarà più di particolare interesse dal punto di vista linguistico.

Fonti: E. D’Angelo, Storia della letteratura mediolatina, Montella 2004; D. Norberg, Manuale di latino medievale, Cava de’ Tirreni 1999.

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domenica 2 dicembre 2007

Proposta di traduzione


Un attento lettore del sito, Emanuele, mi ha segnalato l'epigrafe latina che, in seguito all'eruzione vesuviana del 1631, di cui altrove ho riportato una "cronaca" inedita, il Vicerè Zunica fece realizzare a Portici (Na) per avvertire dei potenziali pericoli del vulcano. Invito chi è del posto a cercarla e ad inviarcene una foto (alcune, protette da copyright, le trovate all'indirizzo: http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Portici/Epitaffio_Eruzione_1631). La lapide è posta nell'attuale angolo tra Corso Garibaldi e Via Gianturco, subito alla sinistra del Palazzo Ruffo di Bagnara. Di seguito sono riportati la versione originale in latino e la traduzione in italiano realizzata dal Lions Club "Portici Miglio D'Oro".
Testo latino:
Posteri, Posteri!
Vestra res agitvr dies facem praefert diei nvdivs perendino
advortite
Vicies ab satv solis in fabvlatvr historia arsit Vesaevvs immani semper clade haesitantivm ne posthac incertos occvpet moneo vtervm gerit mons hic bitvmine alvmine ferro svlphvre avro argento nitro aqvarvm fontibvs gravem serivs ocyvs ignescet pelagoq inflvente pariet sed ante partvrit concvtitvr concvtitq solvm fvmigat corsvcat flammigerat qvatit aerem
horrendvm immvgit boat tonat arcet finibvs accolas emica dvm licet
Iam iam enititvr ervmpit mixtvm igne lacvm evomit praecipiti rvit ille lapsv seramq fvgam praevertit si corripit actvm est periisti
Ann Sal MDCXXXI XVI KAL JAN
Philippo IV rege Emmanvele Fonseca et Zvnica Comite Montis regii pro rege
Repetita svperiorvm temporvm calamitate svbsidiisq calamitatis hvmanivs qvo mvnificentivs formidatvs servavit spretvs oppressit incavtos et avidos qvibvs lar et svppellex vita potior tvm tv si sapis avdi clamantem lapidem sperne larem sperne sarcinvlas mora nvlla fvge
Antonio Svares Messia Marchione Vici Praefecto Viarvm
Traduzione:
Posteri, Posteri!
E' nel vostro interesse: l'esperienza vissuta ammaestra la vita a venire
Vigilate
venti volte da che brilla il sole, è storia, non favola fu in eruzione il Vesuvio sempre con immane strage di quelli che hanno indugiato. Ammonisco affinché d'ora in poi non ghermisca gli incerti. Questo monte ha gravido il ventre di bitume, allume, ferro, zolfo, oro, argento, nitro e fonti d'acque
presto o tardi sarà incadescente e con gli influssi del mare li partorirà però prima dell'eruzione si sconvolge e scuote la terra; manda fumo, lampeggia, vomita fiamme, squassa orribilmente l'aria, emette muggiti, boati, tuoni: fa allontanare dalle loro terre i vicini. Spicca il volo finché ti è consentito! Da un momento all'altro scoppia, erompe impetuosamente, vomita un lago di miscela di fuoco, precipita in celere corsa, preclude la fuga tardiva. Se ti ghermisce è finita: sei morto!
Nell'anno di salute 1631, il 16 dicembre, regnando Filippo IV ed essendo vicerè Emanuele Fonseca Zunica conte di Monterey.
Verificatosi nuovamente la calamità dei tempi passati ed essendo provveduto con grande umanità e munificenza ai relativi soccorsi (si rinnova il monito)
il Vesuvio, temuto, ha serbato in vita. Non tenuto in considerazione, ha fatto strage degli incauti e degli avidi per i quali la casa e le masserizzie contavano più della vita
allora, se hai giudizio, presta ascolto a questa lapide eloquente. Non curarti della casa, non badare ai bagagli: fuggi, senza alcuna esitazione!
Essendo il marchese Antonio Suarez Messia Marchione vice soprintendente alla cura
dei ponti e delle strade.
Affido agli esperti latinisti e a tutti i nuovi studenti di latino che frequentano il blog il compito di verificare l'accuratezza della versione proposta ed eventualmente di proporne un'altra con le necessarie modifiche. La migliore sarà pubblicata qui col nome del traduttore.
Inviate la vostra traduzione come commento al post o in un'email all'indirizzo: antichescrittureinedite@email.it
Buon lavoro!

venerdì 30 novembre 2007

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Vi aspetto numerosi...


Per cominciare, riporto di seguito un commento al post sulla nuova interpretazione della "Flagellazione" di Piero della Francesca (vedi sotto).

Mi scrive Emanuele:

Sembra interessante l'interpretazione di David King, ma ho trovato anche teorie diverse come quelle di Kenneth Clark, Marilyn Aronberg Lavin, Carlo Ginzburg , Silvia Ronchey. Purtoppo, da poco esperto in materia, credo siano tutte abbastanza valide.... Penso che in fondo non si arriverà mai ad una soluzione , almeno che non salti fuori un documento dell'epoca che riveli la verità sull'opera!

giovedì 22 novembre 2007

Collabora e promuovi la tua attività


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martedì 20 novembre 2007

News: un epigramma latino riaccende il dibattito sulla “Flagellazione”

"Astrolabio" da http://web.uni-frankfurt.de/fb13/ign/Code.htm

Tutto ebbe inizio il 29 marzo 2007, quando la rivista Nature pubblicò una nuova interpretazione della “Flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca, basata su codici enigmistici e relazioni matematiche, e non più sull’esame stilistico e sull’analisi del contesto socioculturale. L’autore di questa lettura inedita è David King, direttore dell’Istituto di Storia della Scienza di Francoforte, che l’ha recentemente ribadita nel corso di una conferenza al Palazzo Ducale di Urbino, l’11 ottobre scorso.


Oggetto della discussione soprattutto l’identità misteriosa delle figure ritratte in primo piano, tre uomini vestiti in abiti moderni, sulla quale finora sono state avanzate 40 ipotesi diverse. King e il suo collaboratore Berthold Holzschuh presentano una nuova possibilità interpretativa partendo dall’epigramma latino inciso su un astrolabio costruito nel 1462 da Ioannes Regiomontanus, astronomo viennese al servizio del cardinale bizantino Bessarione. Secondo lo studioso tedesco le imperfezioni metriche del testo e le spaziature irregolari non sono difetti, che per qualcuno dovrebbero far pensare a un falso d’epoca recente, piuttosto artifici voluti per ottenere un codice criptato, un acrostico strutturato su otto colonne che, se sovrapposto alle figure del dipinto, darebbe luogo a una perfetta giustapposizione tra i nomi in colonna e i personaggi ritratti. L’epigramma finisce così per fungere da didascalia.


I cinque uomini dipinti sul lato sinistro e posti in secondo piano sarebbero da identidicare come segue: il potente assiso sul trono corrisponderebbe all’Imperatore Giovanni VIII Paleologo, ad Erode o a Ponzio Pilato. L’uomo flagellato rappresenterebbe Cristo e la Chiesa, ed il personaggio di spalle con il turbante si identificherebbe col sultano Ottomano o di nuovo con Erode. L’uomo che tocca Cristo sarebbe addirittura Giuda Iscariota. Riguardo poi alle tre figure più controverse, l’uomo con la barba rappresenterebbe Bessarione, mentre la figura angelica il giovane Regiomontanus. Infine il dignitario sulla destra potrebbe essere il nobile Giovanni Bacci, il padre di Bernardino Ubaldini, Ottavio, o Ludovico Gonzaga, padre adottivo di Vangelista ed ospite del Concilio di Mantova.


Oltre a questo King fa notare che l’epigramma e il dipinto sarebbero entrambi scanditi da uno speciale rapporto matematico, la cosiddetta “sezione aurea”, per cui, nella sovrapposizione con il dipinto, la prima linea dividerebbe la scena della Flagellazione nel rapporto aureo, mentre la seconda linea passa sulla figura di Bessarione. Sulla base di ciò, il quadro rappresenterebbe tout-court un parallelo tra la Passione di Gesù Cristo e quello che per Bessarione era stato il tradimento di Costantinopoli da parte dell’Occidente. A questa sintesi simbolica tra la passione di Cristo e la caduta di Costantinopoli, come pure tra l’astrolabio e l’opera, tra il cardinale e l’asceta, e tra le due chiese, sembrerebbe alludere il “Convenuntur in unum” che titolava il dipinto.


Gli storici dell’arte in genere hanno accolto con scetticismo la nuova teoria di King, definendola astrusa e priva di fondamenti. Certo, non vi sono prove dirette che Bessarione abbia commissionato la Flagellazione di Piero. Tuttavia i due si conoscevano. In realtà, il cardinale è raffigurato negli affreschi della “Leggenda della Vera Croce” di Arezzo. È anche vero che Piero della Francesca non era apprezzato solo in qualità di pittore, ma anche come eminente matematico. Ha infatti scritto un libro sulla teoria della prospettiva, il “De prospectiva pingendi”, e un “Manoscritto su Archimede” scoperto recentemente (vedi colonna a lato).


Che ne pensate? Quest’ultima affascinante interpretazione è plausibile, veramente basata su osservazioni geniali e su conoscenze inedite, è solo il frutto di una fantasia molto feconda, o serve solo come pretesto per pubblicizzare nuovi libri, come il romanzo sul dipinto di Piero recentemente pubblicato in Italia? Invito i lettori, se non l’avessero già fatto, a documentarsi sulla questione, per poter esprimere un commento consapevole che sarò felice di pubblicare di seguito. Tuttavia, colgo l’occasione per aprire, spero, un dibattito più ampio. Penso, ad esempio, a quelle suggestive teorie sulla costruzione delle Piramidi che chiamerebbero in causa addirittura gli alieni! Ne conoscete altre? Chiedo a voi: sono tutte vuote speculazioni filosofiche, trovate promozionali, o nascondono al loro interno un fondamento di verità magari finora inesplorato?

Se volete farvi una risata, vedete cos’ho trovato sul web: “Hai notato che il rapporto fra le colonne di questo blog è lo stesso della struttura compositiva della Flagellazione di Piero Della Francesca? Nooo? Eh, because… you have not been paying attention!” (http://andreamartines.com/category/corriere-della-sera)

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venerdì 2 novembre 2007

“TRADURRE” UGUALE “TRADIRE” O “TRAMANDARE”?

Paul Valéry, nel suo Discorso sull’estetica, parla dei poeti, i quali vanno nella foresta incantata del Linguaggio “per perdervisi, per inebriarsi di smarrimenti, cercando incroci di significato, echi imprevisti, incontri strani, senza temere né le deviazioni, né le sorprese, né le tenebre”. Questo è l’intricato e affascinante mondo dei significati nascosti nel quale deve calarsi chi si accinge a tradurre un testo latino.

Nel suo libro intitolato Origini della terminologia filosofica moderna (2006), Tullio Gregory insiste sull’importanza sostanziale dell’opera dei traduttori, spesso e ingiustamente relegati in secondo piano per un inveterato pregiudizio sulla non originalità delle loro opera. I traduttori, i cui testi trovano diffusione nelle università a partire dal XIII secolo, sono coloro che rivelano i segreti di un’arcana sapientia e favoriscono la trasformazione e la ‘rinascita’ dell’Europa: è per loro tramite che essa verrà a disporre di un duraturo canone di autori di riferimento.

Tutta la civiltà latina medievale può essere identificata come un processo di acquisizione e interpretazione “non solo delle opere della latinità pagana, ma di culture più lontane – greca, bizantina, araba, per trasferirne i contenuti, e il linguaggio, in nuovi contesti: aspetto non marginale della traslatio studiorum”. Il punto fondamentale è che ogni passaggio da una cultura, da una civiltà all’altra avviene all’insegna di un “trasferire” (trasferre), che è alla base del “tradurre”.
Qui entra in gioco più direttamente il linguaggio come veicolo di idee, ma avendo ben chiaro, come sottolinea Gregory, che “ogni traduzione è interpretazione”. La linea di co-implicazioni del processo elaborativo della terminologia e delle idee è quindi: trasferire-tradurre-interpretare. Avviene così che le traduzioni mettono in crisi e rinnovano orizzonti intellettuali, contribuendo fortemente a “costruire nuovi sistemi” con conseguente mutamento, correlativo, della “concezione del cosmo fisico” e dell’“universo linguistico”.

Da un lato, la traduzione si esercita su un patrimonio culturale e linguistico diverso, proponendo sempre un’interpretazione totale e originale; dall’altro, di fronte a dimensioni speculative ignote, impone “in maniera cogente” la creazione di strutture lessicali idonee a trascrivere l’originale. In altre parole, il testo originale spesso sopravvive e viene rivalutato grazie all’opera, oscura talvolta ma costruttiva, della traduzione.

La poiesis, ovvero il Linguaggio, scrive Aldo Trione ne L’ordine necessario (2001), “si configura fondamentalmente come il compimento di una molteplicità di azioni, talvolta misteriose, quasi sempre imprevedibili”. È “un microcosmo il cui accesso è consentito solo a chi possegga strumenti ermeneutico-magico-simbolici, che portino a scrutare la forma stessa delle lettere, l’universo della parola”. Esige “una strategia della mente che non può muoversi nel segno di mere procedure intellettuali, ma deve, recuperando la magia della parola, penetrare l’oscurità dei contenuti, mettere in moto quel ritmo di infinito che solo il pianoforte verbale può realizzare”.
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sabato 27 ottobre 2007

News: scoperta una nuova raffigurazione medievale di Stonehenge


Per secoli abbiamo conosciuto solo due raffigurazioni medievali di Stonehenge, la prima delle quali risale al XIV secolo. Una notizia recente riferisce la scoperta di una terza raffigurazione databile al 1440. Mentre si trovava con i suoi studenti universitari alla biblioteca di Douai, a sud di Lille, il prof. Christian Heck ha scoperto un disegno di Stonehenge preceduto dalla raffigurazione del peccato originale, dell’arca di Noè e di una piccolo castello del faraone.

Il testo latino, che accompagna l’illustrazione, recita:

Hoc anno chorea gigantum de hibernia non vi sed arte merlin est derecta apud stonehenge juxta amsbery.

Tradotto suona così: "Quest’anno Merlino, non con la forza, ma con l'arte, ha costruito il cerchio dei giganti, [venuto] dall’Irlanda, a Stonehenge vicino Amesbury".

Il mito di Stonehenge affonda le sue radici nel XII secolo, accennato per la prima volta nel 1130 all’interno della Historia Anglorum di Enrico di Huntingdon. "Nessuno può spiegare", scrisse Enrico, "come le pietre siano state così abilmente innalzate a tale altezza o il motivo per cui siano state erette".
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